(recupererò tutte le classifiche e le top five, promesso. Recupererò anche questo blog, promesso. Non è possibile che non scriva per due mesi, non mi fa bene)

Ricominciamo da qua: Uochi Toki – il cinico.

Se qualcuno pensa di conoscermi, prenda questo tema come prova di verifica.

Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio,

nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori:

“io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”,

“il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”.

Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro.

L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale,

i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare.

Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca.

Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.

Sapete? Io accetto il fatto di morire per la negligenza della scienza o di un dottore.

Conosco quel fenomeno chiamato incompletezza che genera l’imperfezione.

Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte.

Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel?

Commetto un crimine se dico che sto bene quando vado in giro con gli amici?

Che non ho problemi ad impegnarmi nel risolvere problemi pur sapendo che ne spunteranno nuovi?

Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri.

Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno.

Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente,

di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili,

così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri,

perdere tempi con le colpe o i meriti.

Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico

e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità.

È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia.

È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante.

Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso.

Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.

Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia.

Sei legato ad un quartiere da amici o da famiglia e non è un crimine se ne cerchi di migliori, dopotutto il compito dei rami è: allontanarsi dalle radici.

I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire.

Nel frattempo

io continuo.

 

Bob Dylan – Like a rolling stone

Una canzone del 1966 può spiegare il 2009? Secondo gli organizzatori di VeDrò, think tank fortemente voluto da Enrico Letta e che da 5 anni riunisce la (supposta?) classe dirigente nazionale, sì. Nel video introduttivo presentato all’inizio dei lavori il testo di questo brano è stato tradotto integralmente ed evidenzia quanto si è consapevoli del peso della crisi economica sulle sorti di politici e imprenditori presenti in gran numero nella platea. “Come ti senti senza casa? Come ti senti ad essere un completo sconosciuto? Come una pietra che rotola”. Sono ansie che non possono certo preoccupare il consesso, ma che testimoniano la necessità di una complessiva crescita delle responsabilità di tutti coloro i quali devono traghettare il Belpaese fuori da questo momento scuro della nostra società.

Aphex Twin – Powerpill Pacman

Il tema di VeDrò 2009 è “Next Level”. La comunicazione e la progettazione dell’evento, curata sin dal 2004 dalla barese Proforma (ed ecco spiegato come un 25enne si ritrova tra quarantenni), racchiude all’interno il senso della sfida che l’Italia pone a se stessa. Il prossimo livello, come i videogiochi ci insegnano, è più difficile. E così i pannelli e le installazioni che riempiono la centrale elettrica/castello di Fies sono evocativi dell’età dell’oro dei videogiochi, tra Super Mario che salta sulle monete (ed è l’emblema della lotta alla crisi), i rompicapi di Tetris, e Pacman testimonial del gruppo di lavoro sugli OGM. Ed è proprio il tema di Pacman il protagonista di questa versione geneticamente modificata dallo strepitoso Aphex Twin.

Luca Carboni – Silvia lo sai

Dopo la tradizionale sfida calcistica 11 vs 11 di Vedrò, la sfida tra Pubblico e Privato (per la cronaca, ha vinto il Pubblico 6 a 4) che rappresenta il momento pop dell’evento, tutti ad ascoltare il concerto di Luca Carboni e Riccardo Sinigallia. Un set acustico che parte proprio da questo brano del 1987. Non l’avevo mai ascoltato, ma in fondo ho pur sempre 25 anni, e sono io quello che non ha niente a che fare con il contesto, che recita quasi a memoria il primo singolo del musicista bolognese. “Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora” è un verso che fa un certo effetto, specie se cantato da Sindaci, Assessori e Amministratori Delegati.

Riccardo Sinigallia – Bellamore

Se Luca Carboni è difficile da seguire per miei limiti generazionali, provo decisamente maggiore conforto nell’ascoltare Riccardo Sinigallia, autore del primo album dei Tiromancino (e de “La descrizione di un attimo”, tra le altre), e musicista che in questo anno ha accompagnato Carboni in tour e ha collaborato alla realizzazione della cover di “Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli, discreto successo commerciale del 2009. Sinigallia è presente anche a VeDrò e manda in visibilio il pubblico che, fatta eccezione per l’autore di queste cinquine e pochi altri illiuminati, lo considera un autentico carneade.

Irene Grandi feat. Alessandro Gassman – qualche stupido ti amo

Uno dei brani più inquietanti degli ultimi tempi. Irene Grandi rievoca un clichè degli anni ’60 (sia musicalmente che nella scelta di cantare in coppia) e reinterpreta il classico di Frank e Nancy Sinatra, divenuto poi classico bis grazie a Robbie Williams e Nicole Kidman (anche qui troviamo la coppia cantante più attore, in quel periodo anche unita sentimentalmente, non so se la Grandi e Gassman se la intendano, così come non so se Clooney e la Canalis se la intendono davvero). Potrei sbagliarmi, ma questa rivisitazione non ha molte speranze di accodarsi alla categoria “classici clichè”, anche perché Gassman, indiscutibile come attore, appare particolarmente in difficoltà in questa performance.

La Roux – Bulletproof (Radio Edit)

Di La Roux vi ho parlato spesso e molto volentieri. Forse sarà il caso di smetterla, anche perché fra un po’ sentirete tutti gli altri che ne parleranno, pronti a paragoni con Madonna, con i primi Depeche Mode. Seguiranno i tabloid inglesi che la fotograferanno ovunque, anche nel bagno di casa sua, che si chiederanno se a Elly Jackson piacciono gli uomini o le donne, se quel ciuffo rosso è suo o è finto e, se è suo, da quale distinto parrucchiere di Brixton va a farsi acconciare in quella maniera. Ma prima di smetterla vorrei concedermi il lusso di una provocazione, ovvero di far girare un’intera cinquina attorno alla stessa canzone, Bulletproof, primo posto in Inghilterra nella settimana di lancio, terzo singolo dall’omonimo album che aveva già portato alla vendita di 450000 copie di “In for the kill”, successo che ora inizia a farsi strada in Italia. Fra un po’ arriverà anche questa trappola mortale a prova di proiettile, e di La Roux sentirete parlare, fin troppo.

La Roux – Bulletproof (BBC Radio 1 Live Lounge)

La 21enne Elly Jackson aveva già allarmato i critici musicali d’Oltremanica i quali, furbi o forse imbeccati dai soliti ben informati delle case discografiche, avevano lanciato il fenomeno La Roux come caso dell’anno, prima ancora che fosse pubblicato il primo singolo del duo (sì, La Roux è accompagnata da un produttore, Ben Langmaid, che difficilmente sarà al centro della scena nei prossimi mesi). La sua ascesa è stata scontata quanto facile: un timbro vocale assolutamente unico (da amare o da odiare, senza mezze misure); sonorità facilissime e cariche di citazionismo; abbigliamento e mise androgina, pop, folle, radical chic, tutto insieme. Con una ciliegina di capelli rossi su un ciuffo sbilenco, a volte orizzontale, altre verticale: di sicuro diventerà oggetto di miti e leggende, tra cui l’ipotesi che la chioma sia stata già assicurata. Dopo la versione di studio, iniziamo l’excursus delle versioni alternative. In questa, registrata nel Live Lounge di BBC Radio 1, un “Deejay Chiama Italia” d’Inghilterra decisamente più influente, La Roux ansima. Dopo il falsetto urlato e stridulo della radio edit, la confusione cresce.

La Roux – Bulletproof (Foamo dubstep remix)

Se in Inghilterra non hai un remix dubstep della tua canzone, non sei nessuno. E La Roux, questo, l’aveva già capito ai tempi di “In for The Kill”, il singolo che l’ha resa famosa nella sua nazione, remissato magistralmente da Skream, uno dei padri putativi di questo genere meticcio un po’ dub, un po’ trip-hop, sicuramente in voga in quest’ultimo anno e mezzo. E così il singolo a prova di proiettile diventa un remix a prova di basso, dato che i brani dubstep sembrano essere fatti apposta per mettere in crisi gli impianti stereo delle nostre camerette. Foamo è coetaneo di La Roux ed ha già remixato i Franz Ferdinand ed Armand Van Helden. Vuoi vedere che nell’incensare una stella ne abbiamo pescata un’altra?

La Roux – Bulletproof (Dj Zinc remix)

Non ci sono solo remix di giovani emergenti, seppur bravissimi, a supporto della Rossa. Anche Dj Zinc, 15 anni di carriera tra basi drum’n’bass e breakbeat (e oramai 5 anni di assenza pressoché totale dalle scene) si è messo a disposizione della chioma rossa più popolare degli ultimi anni. Questo è un remix più tradizionale, ballabile, tutto sommato commerciale. Insomma, evitare questo proiettile della scena pop contemporanea diventa sempre più difficile. Del futuro di Dj Zinc, invece, non si sa nulla, fatta eccezione per questo remix. Ma se aveva voglia di rilancio, ha scelto il cavallo buono.

La Roux – Bulletproof (acoustic Live @ DTF Sessions)

E per chiudere, torniamo al talento controverso, discutibile, ma assolutamente magnetico di Elly. In queste Down the Front Sessions (da cui avevo già segnalato “I’m not your toy” nella cinquina di settimana scorsa: http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=14409) La Roux dimostra di saper cantare (sul come, credo che sarà necessario un dibattito a parte), e soprattutto di saper imbracciare un basso e trasformare un capolavoro della pre-produzione e dell’elettronica in un ottimo pezzo strumentale. Attendendo di osservarne le gesta dal vivo in Italia (non sono previsti live per quest’autunno), i primi fissati possono puntare le date del 25 e del 26 novembre a Londra, allo Shepherd’s Bush Empire. Tra i fissati c’è anche chi vi scrive: chissà che non ne venga fuori un reportage…

The Rowentas, stagione 2009-2010

Portieri:

Doni, Artur, Julio Sergio (Roma)

Difensori:

Chiellini (Juventus)

Riise (Roma)

Bovo (Palermo)

Chivu (Inter)

Kolarov (Lazio)

Siviglia (Lazio)

Legrottaglie (Juve)

Cordoba (Inter)

Centrocampisti:

Galloppa (Parma)

Hamsik (Napoli)

Zanetti J. (Inter)

Sissoko (Juve)

Isla (Udinese)

Maggio (Napoli)

Gazzi (Bari)

Santana (Fiorentina)

Attaccanti:

Di Vaio (Bologna)

Eto’o (Inter, l’acquisto più caro della storia della nostra Lega)

Trezeguet (Juve)

Huntelaar (Milan)

Lucarelli C. (Livorno)

Acquafresca (Atalanta)

Ma non è che il nuovo singolo dei Muse:

Muse – the Uprising

assomiglia un po’ troppo a Womanizer di Britney?

Britney – Womanizer

(grazie a mamma Bbc per avermi fatto notare le similitudini un po’ troppo accentuate)

Alessandra Amoroso – Stupida (Emiliano Pepe remix, featuring La Pina)

E’ ovunque. Nei manifesti sotto i piloni dei ponti nelle superstrade e in quelli nelle stradine di provincia tutte uguali ; è vicino al mare ed in campagna; sull’Adriatico e sullo Ionio; in Provincia di Lecce e in quella di Brindisi. E’ da sola o in compagnia dei dj di fama internazionale e dei musicisti reggae che con frequenza sempre maggiore invadono il Salento nelle settimane di metà agosto. Per me Alessandra Amoroso era solo “quella che ha vinto Amici quest’anno”, e a malapena sapevo fosse pugliese. Poi ho ascoltato questo brano in radio, in un remix che salva un brano dall’anonimato (un anonimato da 180mila copie vendute, sia ben chiaro) caricandolo di una componente r’n’b e drammatica e impreziosito dal cameo de la Pina, voce di punta di Radio Deejay mai abbastanza rimpianta come rapper. E ho capito (almeno in parte) la venerazione per la cantante di Galatina che ha compiuto 23 anni pochi giorni fa.

Camille – Cats and dogs (live)

E’ il momento delle voci femminili. Tra superstar di primo pelo, giovani speranze figlie dei talent show e vecchie glorie che ritornano, ne stiamo sentendo di tutti i colori, sia di pelle che vocali. E dato che ci abboffiamo (con piacere) di grandi interpreti, perché non spendere qualche parola per una strepitosa musicista francese? Prima voce della Nouvelle Vague (band ancora attiva: la loro ragione sociale consta nel prendere pezzi rock e punk del passato e trasformarli in piccole perle di bossanova), lei ha il merito, sempre più raro, di fare tutto da sola: scrive testi e musiche, dispone di almeno 8 timbri vocali diversi (3 o 4 li potete già beccare in questo live). Il suo talento non è ancora noto al grande pubblico. Noi aspettiamo il giusto riconoscimento e nel frattempo ci becchiamo Noemi, Giusy, Susan ed Alessandra.

La Roux – I’m not your toy (live)

Se per Camille il talento è inesploso, qui la situazione è ben diversa. Tenete a mente questo nome, perché sono pronto a scommettere ingenti somme sul potenziale anche commerciale di questo duo di Brixton, il quartiere più pericoloso ed affascinante di Londra. Una volta abituatisi al falsetto di Elly Jackson, (nata l’8 marzo dell’88: una data che è un altro indizio sulle prospettive di icona femminile della Rossa) è fatta: lo starnazzare di La Roux causa dipendenza. Le basi sono ipnotiche; l’efficacia dal vivo, vera incognita di una formazione composta da una duo che si poggia proprio su quel falsetto incomprensibile e sulle tastierine ruffiane di Ben Langmaid (sempre in disparte durante i live) è testimoniata da questa piccola perla realizzata dai ragazzi di Down the Front. Settimana prossima si parlerà più diffusamente della più luminosa stella che l’Inghilterra ha saputo produrre dai tempi della prima (e anche della seconda, non facciamo gli spocchiosi) Amy Winehouse.

Moltheni – che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato

Un titolo così altisonante e romantico mette l’ascoltatore nelle condizioni di aspettarsi una poesia e non una semplice canzone. E così è, in effetti. Ma qui le parole non ci sono. Moltheni, cantante “alternativo” apprezzato già da anni dalla nicchia degli appassionati di musica italiana ben distante da quella di Laura Pausini, si diletta una suite strumentale contenuta nel suo ultimo album di studio, “I segreti del corallo”. Pur essendo strumentale e pur non ponendo l’ascoltatore nelle condizioni di poter immaginare con precisione le emozioni che il cantante marchigiano ha voluto comunicare, possiamo tranquillamente affermare che il titolo altisonante è perfetto, anche per un brano senza parole.

Malika Ayane – controvento

Cercando il link del video di “Controvento”, ultimo singolo dell’italo-marocchina Malika Ayane, mi sono imbattuto in una serie interminabile di sue imitazioni architettate dalla Gialappa’s (in questo video Malika arriva addirittura a prendersi in giro da sola: http://www.youtube.com/watch?v=UsqfRIwLGQA). Questo vuol dire che Caterina Caselli ci ha preso ancora una volta e che la Nostra è oggettivamente facile da imitare. Dopo la performance di Sanremo, fatta di inopinati movimenti delle mani, di abiti che hanno fatto discutere e soprattutto di uno stile canoro che definirei padano-vanoniano per l’uso atipico delle vocali, ecco a voi il quarto singolo tratto dal bellissimo album d’esordio, in un brano scritto da Pacifico in cui il “veehnto” non può esimersi dall’essere anch’esso padano-vanoniano.

(speriamo che il titolo del post non lo rovini)

Sono appena tornato a casa dopo la mia unica settimana di vacanza negli ultimi 18 mesi. E me la devo far bastare per un altro bel po’ di tempo. Per quanto sia oramai sicuro e determinato nel voler staccare la spina più volte, anche per poco tempo, durante il rutilante accavallarsi di emozioni quotidiane.

Domattina alle 8 la sveglia suonerà e non avrà particolare ritegno nei miei confronti, così come ci si deve attendere da una sveglia che sia professionale nel fare il suo mestiere. E io sarò pronto, sbadiglione, a inforcare gli occhiali e riprendere a marciare con il messaggio di buongiorno al mio amore, il caffè freddo, la rassegna stampa giornaliera, Via Fanelli in macchina.

Ma i punti di contatto finiscono qui.

Inizia una nuova pagina della mia vita, sicuramente più vicina a quelle che sono le mie corde, le mie professionalità. La inizio con l’ottimismo, forse irrealistico, di chi è sereno, quasi divertito all’idea di ricominciare con un fottìo di sfide diverse. Con l’ottimismo sicuramente irrealistico di chi è convinto di lavorare di meno o comunque in modo meno stressante. E di divertirsi ancora di più di quanto il suo mestiere e la sua vita da privilegiato mi abbiano già consentito.

Ma prima di ricominciare a ballare sento il dovere di dedicare il mio spazio pubblico a Maruzza. La chiamerò sempre per esteso, senza diminutivi nè orpelli, perchè è giusto che lei entri definitivamente nell’immaginario di tutti i miei lettori e conoscenti. Anche se (e ne sono convinto, Maruzza un po’ meno) ritengo che lei sia ampiamente entrata nell’immaginario di tutti, e che tutti non riescono più a immaginare Dino senza Maruzza.

Sento di doverle dire in pubblico determinate cose. Inizialmente ero un po’ titubante, pensavo fosse una bambinata, avanspettacolo. Continuo a pensare che la vita privata debba essere tale, come mi suggerisce l’aggettivo che la connota. Proprio per questo, Maruzza (e ora ti do del tu), spero che ti possa godere ogni parola di ciò che scrivo e che tu possa immaginare i miei occhi mentre guardano ciò che la testa riferisce alle mani.

Amore mio,

sono consapevole di non essere un fidanzato normale. Quando stai con una persona di 25 anni ti aspetti il ragazzo che ti porti fuori tutte le sere, che non debba uscire dall’ufficio dopo le 19 ogni volta, che non abbia riunioni notturne, che possa essere reperibile quasi sempre anche per fare shopping, che non ti debba obbligare a prendere un automobile o i mezzi pubblici perchè sia possibile vedersi, che non utilizzi quel poco tempo libero che ha per andare a giocare a pallone. Ti aspetti una persona potenzialmente sempre pronta per un’uscita a 2. Per portarti sul mare, a cena in posti sconosciuti, a prendere l’aperitivo anche prima di pranzo, anche senza preavviso, anche senza stare lì a trattare sulla mezzora in più o in meno di lavoro da strappare o di sonno da perdere.

Sono consapevole di non avere ritmi facili, di caricarmi di responsabilità più di quanto forse ne dovrei (e vorresti), ma allo stesso tempo sai quanto mi piaccia il mio lavoro e sai anche che quando lavoro penso sempre a una casa, a una veranda, a un cane, a un bambino. E che penso ai soldi sono in quest’ottica. Perchè a me piace lavorare per idee, per ideali, non per carriera. E so che questo ti piace molto di me.

So perfettamente che tu non riesci a goderti questi pensieri, i sogni che condividiamo, perchè pensi che io abbia già fatto questi discorsi alle mie ex. In alcuni casi è successo davvero: ho immaginato i nomi dei bambini, ho detto “ti amo”. L’ho fatto, come tutti quelli che prima di amare la donna della propria vita hanno amato e basta. O meglio, si erano illusi di essere innamorati (illusi, sì. Altrimenti le storie non sarebbero finite).

So con altrettanta certezza che qualsiasi traccia del mio passato ti ha fatto male e ti fa male ancora. Perchè le vecchie compilation nel porta-cd? Perchè i vecchi peluche in camera mia? Perchè la gente che ti sta in giro continua a parlare di persone con cui sono andato a letto? Perchè  compilation in cui ci sono canzoni che hai già usato per altre?

Sono queste le domande che ti poni. E io ti rispondo che certe cose succedono perchè il passato non conta più, non emoziona più, la sua vista non mi cambia le giornate, il suo suono non mi conduce a loro. Perchè non c’è suono. E se ci fosse, mi porterebbe a te. Non ho sentito il bisogno di fare epurazioni di feticci perchè il mio passato era silenzioso. Nè piacevole nè doloroso. Era passato. E’ passato. Non esiste più. Senza che ci sia bisogno di fare rimozioni massicce per completare l’opera. Anche la musica, l’aspetto su cui sono più colpevole, non ha più lo stesso suono. Ogni cosa che ho fatto per te ha un senso logico, un significato, non era un collage ma un progetto. Una cosa viva, pulsante, che ti avrei potuto raccontare come fosse una storia, una fiaba.

E questo accade perchè le cose sono diverse, sono diverse da quasi un anno, oramai.

Sono diverse per tanti motivi. Alcuni sono evidenti ai più, altri risiedono nelle pieghe delle nostre parole, in quei momenti in cui torno ad essere un fidanzato normale (e non sono pochi, fidati). So di doverti molto, perchè hai sfidato le difficoltà della tua vita per essermi vicino e so anche di averti fatto soffrire semplicemente esistendo, senza volontà, solo perchè la mia vita è fatta in questa maniera, perchè mi può succedere di dover fare riunioni improvvisate con il Sindaco sul bagnasciuga di Rosa Marina nel nostro ultimo giorno di vacanza mentre tu hai fame e proprio non hai voglia di pranzare da sola.

So in cosa sono in debito, e so cosa ti ho dato. Non voglio più meriti e meno colpe di quelle che ho. Ma non voglio nemmeno meno meriti e più colpe.

Questo sono io. Dritto o storto. Quel bagnasciuga che oggi hai odiato può darti la speranza che i nostri sogni possano avverarsi, e che questo possa essere possibile ancora prima di quanto tu avresti potuto desiderare per te.

Perchè ora non devo sognare nel vuoto, ora posso lavorare sulle fondamenta. E questa è una cosa nuova. Meravigliosa, diresti tu. Ed è un aspetto che divide noi dal resto del mondo, e te dal mio passato. Il fatto che i nostri sogni non sono solo rituali obbligati di due persone che stanno insieme e che non possono che cadere sui clichè delle coppie che stanno insieme per un po’ di tempo, ma progetti che hanno solidissimi motivi per essere veri.

Amore mio, qui è tutto diverso. E migliore.

Il passato, in confronto a oggi, a te, mi fa veramente schifo.

Ti amo. E grazie.

Kid Cudi + Common + Kanye West – poke her face

Far ruotare tutta una cinquina su una sola canzone potrebbe sembrare follia, ma questo brano da solo incarna una tal quantità di codici musicali e linguistici che “Poke her face” rappresenta un esperimento di sociologia di cui i compositori certamente non erano consapevoli. Kid Cudi, 25enne rapper americano salito nelle classifiche di tutta Italia grazie a un remix degli italianissimi Crookers, intuisce le incerte doti vocali dell’astro nascente della musica mondiale, Lady Gaga, ne ricava un estratto da un suo live e lo campiona. Sembra una gallina, invece il po-po-po del campionamento di “Poker Face”, hit mondiale (nostro malgrado), diventa un tappeto di goduria anche per Kanye West e Common, due autentici fenomeni del genere, forse gli ultimi fenomeni del rap mondiale. Ora, forse, potremo anche capire cosa voleva dire la parola poke su Facebook: è un gesto di richiamo all’attenzione, solitamente con le dita. Insomma, i rapper invitano il pubblico a mettere le dita negli occhi di Gaga.

Lady Gaga – Paparazzi

E mentre la faccia da poker diventa un feticcio trash-rap, Angelina Germanotta si lancia per la terza volta nelle classifiche di vendita e si lancia dal balcone di un improbabile video diretto niente popò di meno che da Jonas Akerlund, mente creativa tra le più fervide negli anni ’90 (su tutti, “Smack my bitch” dei Prodigy), lanciatosi a sua volta nel mondo di Gaga. Angelina Germanotta è un prodotto di marketing puro, così come la confezione del Magnum Temptation. A partire dal nome di battesimo rapidamente sotterrato, proseguendo con video in cui la voce viene altrettanto rapidamente nascosta da chioma bionda, ancate e ammiccamenti soft-porno. Di musica qui ce n’è poca; c’è il suo produttore, RedOne, che sembra non essere poi così tanto scarso (portare la Germanotta in testa non era impresa facile). Ma insomma, niente a che vedere con il gruppo da cui Gaga ha tratto ispirazione per il suo nome “d’arte”.

Queen – Radio Gaga

Sì: Lady Gaga, sentendosi forse di sangue blu, ha profanato la Regina. Chissà cosa penserebbe Freddie Mercury se ascoltasse “Poker Face”, se potesse osservare le classifiche di vendita della sua Inghilterra, così scleroticamente altalenanti tra capolavori e disastri. Chissà cosa penserebbe se sapesse che una cantante geneticamente modificata porta il nome di uno dei suoi brani più affascinanti, con un video che da solo potrebbe rappresentare un buon manifesto degli anni ’80, pur essendo ricavato da un film degli anni ’20, Metropolis di Fritz Lang. Pubblicata nel 1984, Radio Gaga è il primo singolo dei Queen ad arrivare primo in Italia. Dove Lady Gaga, per fortuna e stranamente, non ci è mai arrivata. E chissà cosa penserebbe Freddie Mercury del nuovo singolo dei Muse…

Muse – United States of Eurasia

…probabilmente penserebbe di aver creato un mostro. Anzi, tanti mostri. I gruppi che hanno candidamente ammesso di aver imparato molto (tutto? Vi ricordate dei The Darkness?) sono tanti. Ma qui il tributo sfocia nella citazione. E se sono i Muse, ovvero una delle band più influenti della storia recente del rock internazionale, a decidere di prostrarsi in modo così evidente, vuol dire che i Queen non hanno perso un briciolo della loro capacità di influenza nonostante siano passati (già) 17 anni dalla morte della Regina Freddie. “United States of Eurasia” è il primo singolo di “The Resistance”, quinto album di studio della band del Devon, prodotto e registrato sul Lago di Como, dove il cantante Matt Bellamy risiede da tempo. Tanto rock, poche GaGate.

Nina Zilli e Giuliano Palma – 50mila

Avendo dedicato sin troppo tempo a una non-cantante, mi sembrava doveroso chiudere questa cinquina con due signore ugole. La prima, femminile, è quella di Nina Zilli, autentica carneade (appena 400 visualizzazioni del suo profilo Myspace – http://www.myspace.com/ninazilli), un timbro che ricorda tantissimo Meg, ma che a orecchie più esperte potrebbe rievocare la sua quasi omonima esule elvetica. La seconda, maschile, è quella di “The King” (è anche la cinquina dei titoli nobiliari), Giuliano Palma, che appare perfettamente a suo agio in brani retrò, pop e contemporaneamente ricercati. Potrebbe essere il tormentone di questo finire d’estate. Sempre che Lady Gaga ce lo consenta.

Bloc Party – One more chance

Erano destinati a diventare un gruppo indie come tanti. Come moltissimi aveva fatto il botto con il singolo di lancio, sembrava destinato al solito giro di giostra lungo 12, al massimo 24 mesi, ovvero il ciclo di vita di una marea di band passate fin troppo rapidamente dalle prime pagine dei giornali al dimenticatoio. Ma i Bloc Party di Kele Okereke (per intenderci, il cantante di “Believe” dei Chemical Brothers) hanno deciso di mandar giù un elisir di lunga vita con questa “One more chance”. Il trucco? Abbandonare l’indie in favore di tastiere facili e di un bel quattro quarti. Mistero fitto sul nuovo album lanciato proprio da questo singolo comparso dal nulla. Sarà il canto del cigno o un’altra possibilità, come il profetico titolo del singolo sembra suggerire?

Kings of Leon – Notion

I Followill non ne hanno sbagliata una. I fratelli Caleb, Jared e Nathan e il cuginetto Matthew hanno formato questa band nel 1999 a Nashville, Tennessee, ispirandosi a Leon, nome di battesimo di loro padre e di loro nonno. Sembrerebbe l’incipit della biografia di una setta, ma non è così. A 10 anni esatti dalla loro fondazione, hanno raggiunto l’apice della loro carriera grazie al singolo “Sex on Fire”: primi in Inghilterra, primi negli Stati Uniti, Grammy Award,  citazioni meritorie da parte di Elton John (il quale, almeno una volta l’anno, viene utilizzato dalla stampa per lanciare un nuovo artista da lui fortemente sponsorizzato: io mi adeguo al clichè). Alla terza hit da “Only by the Night”, quarto album che li ha resi star internazionali, e al nono singolo consecutivo finito in classifica, parlare di una band indie è un po’ come dire che Cassano è un giovane di belle speranze.

Kasabian – Where did all love go?

A proposito di band indie di successo (un piacevole ma fin troppo ricorrente ossimoro), ecco a voi I Kasabian. Già finiti in una precedente cinquina con la loro “Fire”, tornano con un pezzo molto orecchiabile, molto più pop che brit-pop e con più di un tocco di psichedelia. E’ proprio questo nuovo approccio alla forma canzone ad interessare di più: in fondo il mondo non ha bisogno di cloni degli Oasis (i quali, di loro, non sono mai stati originali). Nota di redazione: se vi chiedete perché il loro album si chiama “West ryder Pauper Lunatic Asylum” è perché la ridente città di Menston, a due passi da Leeds, ha ospitato per due secoli (fino al 2003) il “West riding pauper Lunatic Asylum”, un manicomio. Il “rider”, dunque, è colui che utilizza con piacere i servizi offerti dal centro psichiatrico. Va bene la ricerca del tocco psichedelico, ma non sarebbe stato più comodo chiamare un album “siamo pazzi?”

Arctic Monkeys – Crying Lightning

Con tutto il rispetto dovuto e meritato per le tre band succitate, loro sono meglio. Più giovani di me, talentuosi da far impressione (vi pare usuale che Alex Turner, frontman e cantante classe ‘86, si è già concesso il lusso di costruirsi un side project, i Last Shadow Puppets, le cui esibizioni dal vivo prevedevano un’orchestra con 70 elementi?), cool, abbastanza paraculi, inarrivabili dal punto di vista creativo. Vi invito a guardarvi l’artwork del singolo: io non ci ho capito niente, ma è sicuramente geniale: si dice così per i film di David Lynch, faremo così anche per le Scimmie. Il loro terzo album, Humbug, esce ad agosto. Ed esce prima in Giappone, poi in Europa. E’ prodotto da Josh Homme dei Queens of Stone Age, un altro genio, un altro pazzo. Alex Turner finirà spesso su Barilive, me lo sento.

Radiohead – Creep

Questa cinquina sul (finto) indie-rock si conclude con chi ha sdoganato questo (finto) genere musicale, oltre a dare la luce a nuove (vere) sperimentazioni con le chitarre e con l’elettronica. E anche con l’economia (qualcuno si ricorda com’è stato distribuito il loro ultimo album, “In rainbows”? Scaricabile legalmente dal web, il prezzo era stabilito a monte dall’utente, che poteva decidere anche di non pagarlo. Morale: hanno guadagnato come mai avevano fatto; l’Italia è stata la nazione più generosa). Quando ancora non smanettavano con veri miti e finti generi musicali, la band di Oxford faceva rock, un po’ come tutti gli illustri compagni di Top Five. Il ritornello di “Creep”, pur avendo più di 15 anni di vita, fa ancora venire i brividi. Veri.

E’ la frase dell’estate. Incomprensibile.

Sarà che non mi piace l’estate, che non mi è mai piaciuta l’estate, una stagione di enorme caldo, di riposo collettivo telecomandato e di apparente sospensione delle leggi morali, umane, civiche, gastriche.

Sarà che l’estate mi è sempre sembrato il momento in cui masse informi di persone (specie i miei coetanei) sfogavano tutto quello che le rigidità dell’inverno non avevano fanno sfogare loro.

Sarà che mi piace partire fuori stagione.

Sarà che mi piace lavorare mentre gli altri dormono, cazzeggiano, si divertono.

Sarà che il mondo è in crisi, l’Italia è in crisi e che in teoria non ci sarebbe nè il tempo nè i soldi nè il senso per spegnere tutto. A meno che non sia la crisi stessa a mandarti in vacanza. Ma quella, si sa, non è vacanza, è riposo forzato.

Proprio non capisco. Non capisco perchè ci si debba fermare tutti, e tutti insieme. Non capisco perchè chi è messo peggio degli altri (meno possibilità, meno soldi, meno età, meno esperienza) non debba sfruttare l’estate per recuperare quel gap. Per mettersi a lavorare. Per ragionare. Per costruire. E andare in vacanza ad ottobre, novembre, dicembre, mentre tutti sgomitano per arrivare in ufficio, mentre le città assumono le sembianze di città e non di parco divertimenti per turisti.E invece si sgomita ora, per seguire il flusso, per non spezzare le consuetudini, vero e grande freno al progresso (noi italiani, in questo, siamo particolarmente all’avanguardia).

Non capisco perchè si debba perdere un dodicesimo abbondante del potenziale di una nazione che paga la tredicesima e la quattordicesima ai più “meritevoli”.

Si parla tanto di partenze intelligenti, ma perchè siamo così stupidi nel gestire il nostro tempo, noi stessi?

Detto questo, dato che tutti mi vogliono risentire a settembre, io sorrido, saluto, me ne vado. Vado a mare, come tutti. Vado in vacanza, meno di tutti, ma spero più pienamente, regalandomi qualche immagine indelebile.

Ne ho bisogno come mai ne ho avuto in vita mia. La distanza tra energia fisica e mentale è giunta a livelli insostenibili, e in effetti saranno 2 anni circa che non mi fermo per davvero. Ho bisogno di dormire, di farmi delle botte da 12 ore, delle giornate da 20. In cui saluto, sbadiglio, pranzo, ceno, mi lavo i denti, e dormo. In continuazione.

Anche io ho bisogno di vacanza, se non lo ammettessi il mio ragionamento cadrebbe malamente nella categoria “fondamentalista”. Ma ne ho bisogno adesso perchè mi sono distrutto prima, non perchè è luglio, non perchè è agosto, non perchè è estate.

Ma non cambio vita, non spengo il cervello. Mi porto i libri dietro, insieme alle riviste minchione. Leggo Internazionale e il calcio-mercato. Lavoricchio, studiacchio, vivacchio, sbevucchio, mangiucchio. Distruggo la lingua italiana, se continuo con queste parole senza senso.

Non mollo di un centimetro. Va bene a tutti. Tanto voi non vi offendete, prima di settembre non avete intenzione di mettervi a parlare di cose serie.